LA RESISTENZA AD ALFONSINE

Dalla lettura delle testimonianze raccolte nel testo sopra citato, abbiamo rilevato che la Resistenza ad Alfonsine fu caratterizzata da alcuni aspetti particolari:

Una grande e sentita partecipazione: partigiani e civile
Il ruolo determinante della donna
La paura: rastrellamenti, rappresaglie, bombardamenti;
Il lungo periodo del fronte sul fiume Senio;
Il dramma dello sfollamento;
La vita nei rifugi: tra la miseria e la fame;
Il 10 Aprile: il giorno della Liberazione.

UNA GRANDE E SENTITA PARTECIPAZIONE: PARTIGIANI E CIVILI

(Dal testo citato)

"Io ho trovato delle famiglie di contadini che erano eccezionali. Appena arrivavano malati sapevano che arrivavamo preparavano qualcosa da mangiare, ci nascondevano, cercavano di insegnarci le strade, le case dove non dovevamo passare…Non risparmiavano di uccidere le mucche, i vitelli, i maiali, tutta la roba da dar da mangiare ai partigiani che operavano qui nelle nostre zone." (FOSCA BERNARDI, Conselice)

"Ho vissuto come partigiano a Lavezzola per diversi mesi e lì ho potuto vedere questo legame stretto tra movimento di Resistenza e la popolazione stessa… Ricordo che nel ’43 ’44, per evitare che il grano andasse nelle mani dei tedeschi, si lavorò in modo da poterlo nascondere e quindi metterlo a disposizione della popolazione. Ricordo anche le razzie che i tedeschi facevano nelle stalle dei contadini… l’intervento del movimento partigiano era quello di impedire che il bestiame fosse razziato. C’era la possibilità di nascondere e macellare gli animali nelle valli, ciò per dare da mangiare sia ai partigiani che erano nascosti nei buchi, nelle varie zone della valle,… ma sia anche per aiutare la popolazione"

(ALDO RENZI, Lavezzola)

"Molti contadini, molti allevatori che avevano del bestiame avevano dato una mucca al Comitato di Liberazione,… Un po’ di latte, un po’ di carne per chi aveva degli ammalati in casa… Eravamo dei benefattori agli occhi di certa gente che non sapeva come muoversi… Si ammazzavano le mucche, si mungevano le vacche, si andava a prendere la legna se mancava, si facevano tutte queste cose qui"

(DOMENICO CAMANZI)

Molti alfonsinesi diventarono partigiani. Parecchi, nell’inverno del ’43, partirono per raggiungere le montagne, unirsi ad altri partigiani (8a Brigata Garibaldi) e combattere, spesso con scarse munizioni e pochi viveri, i Tedeschi; altri, nel ’44, andarono ad incrementare la 28a Brigata Garibaldi (decisamente importante negli ultimi mesi di guerra); altri ancora rimasero nelle campagne a svolgere clandestinamente attività politica: operavano di nascosto per sottrarsi non solo ai tedeschi ma anche ai compaesani che simpatizzavano per il partito fascista. I partigiani, nelle nostre campagne si occuparono dei civili in difficoltà, cercarono di difendere i prodotti agricoli e i generi alimentari, di organizzare il sabotaggio delle comunicazioni tedesche.

Accanto alla guerra partigiana prese vita un’efficace forma di lotta popolare: numerose famiglie contadine offrirono assistenza, protezione e rifugio ai partigiani.

IL RUOLO DETERMINANTE DELLA DONNA

(Dalla dispensa"10 Aprile 1973 Alfonsine: un monumento che si chiama ora e sempre Resistenza" a cura dell’Amministrazione Comunale)

"Dopo il 25 luglio 1943 parecchie furono le donne alfonsinesi che si prodigarono per mantenere contatti fra i vari comitati antifascisti esistenti nella zona e per il trasporto e la distribuzione della stampa clandestina… Il processo di responsabilizzazione delle donne continuò con il maturarsi dell’organizzazione clandestina e con la costituzione dei Comitati di Liberazione Nazionale. Sempre più numerose sono le donne che svolgono compiti delicati e anche difficili per il C.L.N. Le donne in questo periodo sono insostituibili. Nella primavera del ’44, l’organizzazione alfonsinese dei Gruppi di Difesa della Donna e per l’assistenza ai Volontari della Libertà conta oltre un migliaio di aderenti dislocate in tutto il territorio del Comune. L’organizzazione di questi gruppi permise costantemente il legame tra la popolazione di Alfonsine e il movimento partigiano, per cui nostri partigiani, grazie alla mirabile rete di informazione e protezione, poterono agire nella lotta con più tranquillità e sicurezza." ("Le donne di Alfonsine " di ROSA PEZZI)

(Dal testo precedentemente citato)

"Una mattina siamo partite dal campanile, lì da S. Maria in Fabriago,da casa di Castelli io, l’Ines Bedeschi, l’Elide Cenacchi e l’Augusta Bedeschi, con due sportoni, due borse grandi di stampa. Incominciò a nevicare che eravamo ancora lì a casa di Castelli; arrivammo alle porte di Forlì a piedi perché non si girava più dal tanto che veniva giù la neve, con questo carico di roba nel manubrio della bicicletta"

(ALFEA SELVA, Conselice)

Le donne svolsero un ruolo importante nell’attività partigiana. Nacque la figura della "staffetta". La staffetta era una specie di messaggera che "trasportava" comunicazioni per i partigiani, diffondeva ogni tipo di stampa clandestina, portava addirittura armi camuffate alla meglio nelle sporte sotto le cose più impensate. Per assolvere a tali compiti erano necessari coraggio, temperamento e capacità di resistere a grandi sforzi fisici.

LA PAURA: RASTRELLAMENTI, RAPPRESAGLIE, BOMBARDAMENTI

(Dal testo citato)

"Ci fu un rastrellamento e presero su 9 persone che venivano da lavorare, dei muratori che andavano a casa, era gente che non aveva niente a che fare con la Resistenza; furono presi così perché era stato ucciso un tedesco per la strada e li fucilarono… Li hanno rastrellati per strada e li hanno fucilati, poveretti, era gente buona, che non sapeva cos’era la Resistenza, venivano da lavorare con i loro figli che avevano 15 anni …" (FOSCA BERNARDI, Conselice)

"La paura del rastrellamento, dei tedeschi, il terrore, il terrore. La nostra casa era qui a due passi, tutti i giorni i tedeschi bussavano, cercavano biciclette, cercavano da mangiare, noi avevamo un porcellino che ce l’aveva portato un contadino e lo tenevamo nascosto, si teneva nascosto tutto … Mia sorella aveva più paura dei tedeschi che delle bombe, diceva –Beh, una bomba mi ammazzerà, ma i tedeschi mi terrorizzano-. E il fatto di Felisio, di quei dieci impiccati … gli urli mi sembra di averli sempre negli orecchi, si sentivano da qui, li attaccarono ai pali della luce… Questi ragazzi morirono e non avevano colpa di niente, non facevano neanche politica, li avevano scelti così per strada." (GIULIANA MATTEUCCI, Solarolo)

I nazifascisti reagirono alla Resistenza con rastrellamenti, tremende rappresaglie, massacri.

I tedeschi catturavano, torturavano, uccidevano, spesso con macabri e spietati rituali, partigiani o civili; depredavano le famiglie di tutti i loro beni (ricchezze, generi alimentari, animali, oggetti di ogni tipo); si lasciavano andare a violenze gratuite su donne più o meno giovani; alcune volte prelevavano uomini da impiegare in lavori di ricostruzione delle strutture danneggiate dai bombardamenti.

Le perquisizioni, i sequestri, le razzie, le violenze, il reclutamento di civili erano momenti terribili vissuti dalla popolazione con grande tensione, terrore, disperazione.

Anche i bombardamenti, le granate, le schegge suscitavano una forte paura: da un attimo all’altro sopraggiungeva la morte, la propria casa andava distrutta, ci si trovava soli e senza niente.

L’ansia e il terrore si scatenavano appena si avvertivano i primi segnali che preannunciavano il bombardamento: gli allarmi, i bengala che illuminavano a giorno la notte, il rumore di "Pippo" (l’aereo ricognitore alleato che volava da solo nel cielo e scaricava bombe quando avvistava obiettivi potenziali).
 
 

IL LUNGO PERIODO DEL FRONTE SUL FIUME SENIO

Le truppe alleate dell’8a Armata Inglese, superata la famosa "Linea Gotica" (linea difensiva preparata dai tedeschi fra il Tirreno e l’Adriatico), avanzarono lentamente in Romagna. La conformazione geomorfologica del territorio rallentò notevolmente la liberazione dei paesi della provincia di Ravenna. I numerosi corsi d’acqua vennero sfruttati dai tedeschi come elementi importanti di una strategia difensiva che prevedeva l’allagamento del territorio e la distruzione di ponti e di importanti vie di comunicazione. In particolare l’esercito alleato subì un grande arresto lungo il fiume Senio. Questo torrente faceva parte di quella linea di difesa, detta "Linea Irmgard", scelta dai tedeschi per proteggere la pianura padana dall’avanzata delle truppe anglo-americane. La provincia si trovò spaccata in due tra libertà e guerra: i Comuni alla destra del Senio (Cervia, Russi, Brisighella, Casola Valsenio, Ravenna, Faenza, Bagnacavallo) furono liberati alla fine del 1944, mentre quelli alla sinistra del fiume (Alfonsine, Fusignano, Lugo, Castelbolognese, Solarolo, Cotignola, Bagnara, Sant’Agata sul Santerno, Massalombarda, Conselice) dovettero subire altri quattro mesi (dal gennaio all’aprile del 1945) di tormenti e devastazioni.

Questi quattro mesi di guerra furono caratterizzati da continui bombardamenti e cannoneggiamenti che distrussero i due terzi di Alfonsine, gli abitanti del nostro paese vissero il dramma dello sfollamento, furono costretti ad accalcarsi nei rifugi in condizioni di estrema indigenza, patirono la fame.

IL DRAMMA DELLO SFOLLAMENTO

(Dal testo citato)

"Io ero sfollata perché a casa mia aveva straripata il fiume, siamo andati in una via di campagna, siamo stati lì una quarantina di giorni … Un giorno ci siamo infilati per andare a casa, i tedeschi ci hanno bloccato lì sulla via, ci hanno incolonnato e ci hanno portato via… Siamo andati, non c’era tanto scampo, bisognava abbandonare le poche cose, siamo partiti con una carriola, io avevo un paio di zoccoli da uomo ai piedi … Avevamo due prosciutti che ce li aveva lasciati una famiglia per conservarglieli, abbiamo dovuto mangiarli, per fortuna. Abbiamo fatto tre tappe: Argenta, San Niccolò, e ci hanno portato a S. Martino di Ferrara, eravamo pieni di pidocchi; abbiamo trovato delle famiglie che ci hanno ospitato… Io mi ricordo che mi hanno dato un paio di sandali con il tacco alto e poi io e mio fratello avevamo un paio di scarpe in due…" (GINETTA BERTONI, Alfonsine)

"29 dicembre, tre del pomeriggio, vediamo arrivare Olivo tutto disperato dicendo che ci tocca sfollare tutti, altrimenti i tedeschi ci ammazzano tutti entro 4 ore, per noi fu tutto un disperato pianto e poi abbiamo preparato qualchecosa da portare via con noi" (Diario di LILIANA CORELLI, Fusignano)

"I sentimenti prevalenti erano di angoscia, di panico, di terrore, di totale insicurezza nei confronti del futuro, dell’avvenire; dover abbandonare quelle poche misere cose di cui eravamo ancora in possesso… Eravamo in 15 in un landò. Noi prendemmo una carrozza trainata da noi, … il landò era l’unico mezzo sul quale avevamo caricato materassi, pochi suppellettili; fummo anche mitragliati… Ricordo molto bene che c’erano 8 gradi sotto zero… Quindi il freddo pungente, l’angoscia e la morte nel cuore."

(DANILO PASI, Fusignano)

"Vedo il nostro baule vuoto completo, per me fu come uno che mi avesse sparato un colpo… Mancava tutta la più buona, cioè 10 coperte, 76 m. di seta, 50 m. di cotonina, 30 asciugamani e le scarpe dei nostri fratelli e della mamma … e così il dolore che sopportiamo lo sappiamo solo noi." (Diario di LILIANA CORELLI)

Durante il conflitto militare, dal dicembre del ’44 all’aprile del ’45, le autorità tedesche ordinarono a molti civili di abbandonare le proprie abitazioni e trasferirsi in aree più lontane dalla guerra. Le famiglie vissero momenti di grande disperazione: abbandonare tutto (la casa, i propri beni), cominciare un viaggio senza sapere di arrivare vivi a destinazione, accantonare orgoglio e dignità dipendendo dalla generosità degli altri (di chi ti ospitava nella propria abitazione).

C’è da dire inoltre che questa evacuazione lasciò campo aperto al saccheggio delle case abbandonate in fretta e furia. Gli episodi di sciacallaggio furono commessi sia dai tedeschi sia da civili senza scrupoli.

LA VITA NEI RIFUGI: TRA LA MISERIA E LA FAME

(Dal testo citato)

"Gli ultimi mesi del ’44 li abbiamo vissuti in un rifugio, in una cantina, la mia unica occupazione era quella di andare a rubare, a rubare per mangiare, a casa dei contadini magari qualche uovo se lo trovavo, perché noi avevamo fame; eravamo in questo rifugio in 18 e non avevamo assolutamente nulla di cui nutrirci. Il pranzo di Natale del ’44, io e mia madre, mio padre era già morto, avevamo una mela e un pezzo di pane, una mela residua ancora di una scatola da scarpe di mele che avevo rubato in un campo e un pezzo di pane che ce lo avevano regalato." (DANILO PASI, Fusignano)

"La popolazione in questi periodi come poteva vivere? Nei rifugi, … uno scompenso mentale…, avevamo fame. Vecchi, bambini ecc. ammassati gli uni sugli altri…, una cosa orribile. Era un disastro, era una vita da cani." (AMLETO MONTINI, Bagnacavallo)

"Speravamo di vivere il giorno dopo. Al mattino ci si alzava e si aveva la fatalità di dire –Non so se stasera andrò a letto -; la prendevamo con rassegnazione. Non pensavamo al domani, ma pensavamo alla sopravvivenza di quel giorno." (TRISTANO GRANDI, Castelbolognese)

"Ci si abitua a tutto: a vivere tra i topi e l’umidità, ad uscire quando volteggiano nell’aria gli aeroplani,… a stare in fila per la spesa quando scoppiano le granate. Ci sono giornalmente i caduti, ma ci si è fatta l’abitudine. Le schegge colpiscono alla rinfusa un po’ dovunque: si infilano nei corridoi, per colpirti in una stanza interna, apparentemente ben riparata, squarciano un uscio per accopparti nel letto … o magari ti risparmiano all’aperto, anche se la granata ti scoppia vicino… Necessitano i viveri di prima necesità e siamo tagliati fuori da ogni comunicazione. La cittadinanza fra poco non avrà più farina e non c’è mezzo di macinare il grano…: qualcuno lo pesta con mezzi primitivi, qualche altro lo mangia così…"

  1. DONATI, Sul Senio il fronte si è fermato, Castelbolognese)
"In casa nostra si pativa la fame:… abbiamo mangiato per 5 mesi delle piadine fatte di acqua e farina, sottili, secche, senza strutto, né niente; macinata questa farina da un macinino che prendeva 3-4 chicchi di grano alla volta e c’era sempre in ogni cantina chi macinava per fare queste piadine. Eravamo molti al buio perché non c’erano le candele. Con i lumini ad olio avevamo tutti nasi neri, eravamo tutti sporchi, lerci, pieni di pidocchi perché non ci si poteva lavare …" (SILVANA CICOGNANI, Riolo Terme)

"Arrivarono i tedeschi anche da noi, vuotarono le stalle prima di tutto, ci portarono via anche altri beni, non so, lo zucchero o altre vettovaglie che avevamo qui in centro; in campagna portarono via maiali, polli. Ad un certo punto si faceva del pane non solo col grano, ma anche con delle patate, o con altri prodotti, perché il grano non era sufficiente… Quando il fronte si fermò qui sul fiume Senio, l’inverno fu pieno di sacrifici, non avevamo quasi niente da mangiare…Poco lontano da me c’era un’estensione di produzione di cipolla, la gente a raccogliere la cipolla era come in piazza il giorno di mercato."

(NEREO TONINI, Massalombarda)

"Quando eravamo sfollati non si trovava niente, si mangiava della grand’erba, altrimenti del pesce… Quando arrivarono i bombardamenti che distrussero il mulino, la gente mangiava quello che poteva.. cipolle fagioli, quel po’ che c’era. I tedeschi dove passavano portavano via tutto" (NINO BISSI, Cervia-Savio)
 
 

La lunga sosta del fronte costituì un periodo durissimo per la popolazione, che fu costretta a sopportare privazioni e sofferenze.

Chi non era stato sfollato, viveva ammassato nei rifugi, (ricavati negli scantinati di alcuni palazzi o in posti nascosti), in condizioni davvero precarie: al freddo, nell’umidità, tra topi e pidocchi, con l’assillo continuo di procurarsi il minimo necessario per sopravvivere.

Scarseggiava la legna per il riscaldamento, mancavano i viveri di prima necessità: latte, uova, carne, zucchero, sale; era difficile persino reperire acqua potabile.

Gli allagamenti e le mine avevano reso incoltivabili i terreni, i bombardamenti avevano danneggiato i mezzi agricoli e i mulini, le riserve alimentari e gli animali erano stati razziati dai tedeschi.

La popolazione cercò di far fronte alla situazione alla meglio. Si mangiava ciò che si trovava: cipolle, patate, fagioli, frutta, poco pane (al suo posto venne inserita la piada), zuppe di verdure e legumi, minestre ricavate da semplici impasti di acqua e farina. Il grano venne macinato con piccoli macinini da caffè.

IL 10 APRILE: IL GIORNO DELLA LIBERAZIONE

Finalmente il 10 Aprile 1945, a Rossetta, tra Alfonsine e Fusignano, i primi soldati dell’esercito alleato varcarono il fiume. Il fatto stupefacente fu che non si trattava di militari stranieri ma di soldati italiani, erano del Gruppo Cremona, formato sia da truppe regolari sia da partigiani dell’Umbria e della Toscana, che si erano arruolati come volontari. A questi si aggiunsero i partigiani locali inquadrati nella 28a Brigata Garibaldi, che era stata riconosciuta ufficialmente dal Comando Alleato come Unità Combattente Autonoma.

L’arrivo dei soldati fu accolto con entusiasmo perché significò la fine di un incubo, la liberazione del paese.